Siccità italiana: una nazione che imbarca “acqua” …..ma non la riesce a bere.

L’Italia è uno dei Paesi al mondo in cui si utilizza più acqua. Uno studio Onu del 2006 stimava il consumo medio di acqua dell’Italia (sommando uso personale e produttivo) addirittura come il terzo al mondo dopo quello di Stati Uniti e Australia. Questo bisogno o fabbisogno di acqua risalta sul dato oggettivo che la rete idrica della Penisola (nonostante i ripetuti allarmi e denunce reiterati nei lustri) è rimasta qual era da almeno un 50ennio, un colabrodo: in media, gli acquedotti italiani perdono infatti il 40% dell’acqua che trasportano, ovvero 40 litri persi ogni 100 che transitano nelle tubature. E in alcune zone la dispersione raggiunge persino il 70%.

E così i cosiddetti esperti o “addetti ai lavori” non si sono meravigliati affatto quando – a seguito di un inverno ed una primavera avidi di precipitazioni, in alcune regioni è scoppiato l’allarme siccità – con conseguente paventato razionamento.

Eppure secondo il Food Sustainability Index l’Italia rimane la sesta al mondo (su oltre 200 nazioni) per quantità di acqua a disposizione. Gode quindi comunque di un flusso piovano più che invidiabile.

Qual è allora il fattore dirimente in questa tragica – o comica ?- forbice, tra la quantità di acqua che arriva dall’alto e quella che dovrebbe uscire dai nostri rubinetti?

Il fattore scatenante non si chiama solo climate change ma demagogia politica bella e buona. La demagogia, è corresponsabile dei razionamenti che hanno colpito o minacciano di colpire regioni e comuni del nord, del centro e del sud italia a causa della pervicacia con cui ci si ostina a non volere assegnare – almeno pro tempore – la gestione delle condotte e delle risorse – ai privati. Se non è demagogia poco ci manca. Sicuramente è mancanza di coraggio e di onestà intellettuale.

La siccità che sta mettendo in crisi gran parte dello Stivale dunque avrebbe sicuramente effetti meno potenti se la rete idrica venisse mantenuta a dovere. Su questo sono tutti d’accordo. Ma questo tipo di spreco di risorse pubbliche crea consenso purtroppo, soddisfa l’orgoglio dei politici, e ha un forte impatto mediatico. Poi qualcuno pagherà certo, ma non lo saprà, fino a divenire indistinto debito pubblico… Questo perché si vuole mantenere la gestione delle condotte nell’alveo diretto della politica. Non è così nei Paesi di cultura anglosassone, in genere molto più critici ed attenti alla spesa pubblica: questi stati percepiscono meglio che si tratta dei soldi dei cittadini. Ciò ha anche a che vedere con una maggior presenza di una cultura liberale, da noi quasi assente per ragioni storiche: lo Stato è una mucca da mungere per troppo categorie economiche e sociologiche. Un quadro poco dinamico in cui escono a pezzi i politici (a partire dai Sindaci) ma anche la maggioranza degli italiani (sigh).

 

Questo fenomeno fatto di siccità naturale e inefficienza umana cade a fagiuolo nel rappresentare vizi e virtù italiche, perché negli ultimi venti anni si è parlato molto di cultura dell’efficienza e della trasparenza. Ma questo processo non si è mai innescato veramente. Eppure sarebbe sempre più importante, oggi, puntare dritto su una netta e rigorosa separazione fra Stato e mercato, fra politica ed economia, tra arbitro e giocatore (ce lo dice anche l’elevato debito pubblico). Un deficit infrastrutturale quello delle condotte idriche che richiederebbe investimenti per circa cinque miliardi di euro, ha stimato Utilitialia, la confederazione che riunisce i gestori dell’acqua. Infatti il denominatore comune di tante reti – colabrodo è che la grande maggioranza delle società che gestiscono l’acqua è pubblica, e quindi gli enti locali ne sono contemporaneamente proprietari, gestori e controllori.

Si potrebbe fare di meglio. Ancora troppo elevato, tanto per fare un esempio, il numero delle gestioni in economia. Nonostante le aggregazioni e la razionalizzazione avviata fin dagli anni ’90, oltre 10,5 milioni di abitanti sono serviti da 2.098 gestioni in economia. Il che significa che ciascuno supera di poco i 4.700 abitanti serviti, con evidenti ripercussioni in termini di economie di scala e capacità di investimenti e di programmazione.

L’Italia, inoltre, investe poco e male: lo fa per un vizio strutturale, legato sia alla confusione normativa, sia ai pregiudizi verso le gestioni professionali (tipicamente private), sia infine al clima politico da “chi tocca l’acqua muore” (retorica referendaria e benecomunista). L’unico aspetto positivo degli ultimi anni è stata la scelta di delegare all’Autorità per l’energia la definizione delle tariffe, contribuendo a ridurne la valenza politica.

Secondo alcuni dobbiamo fare comunque presto perché le previsioni climatiche che abbiamo da qui a 20 anni dicono che il trend sarà sempre peggiore: vero o non vero ad ogni modo la crescita del paese e della qualità dei suoi servizi passa anche per il coraggio alto e forte di sfidare il luogocomunismo nei suoi dogmi più duri a morire: i beni di primaria necessità se gestite dal privato porterebbero a chissà quali scenari. In realtà anche il solo affidamento pro tempore – che è diverso dalla privatizzazione – esalterebbe positivamente il ruolo del pubblico (cioè della politica).

C’è da augurarsi che questa emergenza stagionale aiuti allora a trasformare quella dell’acqua in una priorità nazionale fatta di obiettivi raggiunti attraverso un’azione amministrativa efficace e un uso efficace degli investimenti. Dobbiamo fare presto: non solo o non tanto per il climate change, ma per dimostrare a noi stessi che non c’è più spazio per la demagogia.

Eppure, il problema non sarà risolto finché la politica non capirà che “acqua pubblica” è incompatibile con “acqua pulita e abbondante per tutti”. Perché ciò accada è necessario far prevalere la sostanza sulla forma, e prendere sul serio la sfida della razionalizzazione e privatizzazione della galassia delle società partecipate, come chiese anche l’Antitrust nel “pacchetto di misure” mesi fa a Palazzo Chigi ai fini della legge annuale sulla concorrenza. Nelle strade e negli uffici e a tavola ci si lamenta dell’inefficienza e dei disservizi ma si guarda al dito e non alla luna: la centralità della politica che vuole essere sia arbitro che giocatore porta inevitabilmente a premiare meccanismi – quelli della gestione pubblica – che se non hanno funzionato fino ad oggi nemmeno per produrre merendine non si capisce perché dovrebbero funzionare domani per l’acqua. Essendo sempre più chiaro a questo punto di inizio millennio alle persone lungimiranti e coi piedi per terra che il vero nemico del riformismo non è solo la demagogia ma anche l’immobilismo.

Dovendo scegliere ancora una volta tra “ciò che è facile” da “ciò che è giusto”. Collodi docet.

 

 

 

Di Daniele Giacobbe

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