E’ morto Salvatore Ligresti. Ascesa e caduta del re del mattone

E’ morto martedì sera all’ospedale San Raffaele Salvatore Ligresti: aveva 86 anni. L’ingegnere di Paternò, provincia di Catania, era ricoverato da giorni. Nel capoluogo lombardo l’uomo d’affari ha fatto la sua fortuna cominciata dal settore immobiliare. Una vicenda che oltre al carcere ha lasciato a Salvatore Ligresti e ai figli, Jonella, Giulia e Paolo, gli strascichi di vicende giudiziarie in parte non ancora concluse.

 

 

 

 

“   Salvatore Ligresti, l’immobiliarista e finanziere morto ieri a 86 anni, ha passato la prima parte della sua vita ad accumulare miliardi attraverso dubbie scalate finanziarie e la seconda a continuare ad accumularli per poi esserne del tutto spossessato dalle condanne giudiziarie.

L’epilogo di Ligresti è in realtà uno strascico tardivo delle inchieste di Tangentopoli: e, vista la fine che ha fatto,  potremmo definire la parabola del finanziere uno dei pochi successi della magistratura italiana che ha tentato di scardinare il sistema delle mazzette, degli appalti truccati, dei soldi facili. Capire però chi ha vinto e chi ha perso in questa guerra di denaro, presunti tesori nascosti e crac societari non è semplice.

 

Parliamo di un personaggio che ha attraversato tutte le fasi altalenanti dello sviluppo economico del nostro paese. A partire dalla Milano del dopoguerra, fiutando le occasioni di business grazie anche a rapporti di amicizia, d’affari e politici con chi ha mosso  le leve del potere in Italia: dal banchiere Enrico Cuccia al venerabile Geronzi (P2) passando per Bettino Craxi e Silvio Berlusconi. Il successo finanziario di Ligresti è direttamente proporzionale al numero e alla qualità di questi rapporti.

 

Per questo la sua crescita subisce una battuta d’arresto a partire dal 1992, cioè quando esplode Mani Pulite. Da quel momento farà avanti e indietro almeno un paio di volte dal carcere, e fino alla morte sarà colpito da condanne giudiziarie: le ultime nel 2013, quando il Tribunale di Torino gli commina 6 anni per aver falsificato il bilancio del suo impero assicurativo, la Fondiaria-Sai (600 milioni di euro di buco e oltre 250 milioni di sospetti dividendi distribuiti illegalmente ai familiari) e nel 2017 quando i giudici di Milano lo condannano a 5 anni per aggiotaggio nella vicenda Premafin.

 

In un meraviglioso  ritratto scritto per Rivista Studio nel 2016, Gianluigi Recuperati – che aveva avuto anni prima l’occasione di viaggiare con Ligresti verso Villasimius – definisce il finanziere “grottesco antieroe del capitalismo italiano“. Seduti in aereo, l’allora giovane aspirante cronista e un navigato Ligresti si scambiano qualche battuta e alla fine il finanziere – che possiede in quel momento azioni di Rcs – propone di fare una telefonata a Paolo Mieli per sistemare il giornalista in una posizione al Corriere della Sera. La raccomandazione non è mai arrivata, ma il racconto fa capire in che tipo di mentalità e modus operandi fosse inserito l’uomo con le mani in pasta nelle più importanti società e multinazionali italiane.

 

Di Ligresti e della sua famiglia, quindi, si sono occupate e continueranno ad occuparsi generazioni di giornalisti visto che quel cognome è praticamente intrecciato a vicende che toccano assicurati, risparmiatori, lavoratori dalla Lombardia alla Sicilia. E quando si cercano informazioni sulle vicende finanziarie gli aggettivi e i sostantivi più ricorrenti sono “spolpare”, “illeciti”, “famiglia”. A parte il crac gravissimo della compagnia di assicurazioni, usata come scatola per effettuare scalate illecite e vendite fittizie, l’effetto domino dei disastri combinati da Ligresti a danno di terzi (ma a vantaggio del patrimonio personale) hanno ancora eco.

 

Foto: Getty

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Un caso fra i tanti: nel 2002 Ligresti realizza una vendita fittizia della catena Atahotels – posseduta sempre dalla famiglia ma con una diversa società – alla stessa Fondiaria SAI al solo scopo di scaricare sulla compagnia i rischi della catena e aumentando gli affitti degli alberghi qualche anno dopo solo per creare margine: risultato, lavoratori licenziati e un servizio di ricezione turistica ciclicamente in crisi.

Oltre agli strascichi diretti, ci sono poi quelli “indiretti” (cioè le mine pronte a esplodere tra le mani di chi ha avuto a che fare con il finanziere). Vale la pena riportare le parole con cui Gianluca Paolucci, giornalista economico che dei Ligresti ha seguito tutta la parabola, ha ricordato Don Salvatore su La Stampa (così veniva chiamato per via delle sue origini siciliane): “[Salvatore Ligresti] Partito da Paternò, in provincia di Catania, ha costruito mezza Milano, è stato padrone assoluto del secondo gruppo assicurativo del Paese, ha fatto parte di consigli di amministrazione e patti di sindacato blasonati per poi finire in disgrazia, spossessato di beni e proprietà, pacchetti azionari e amicizie importanti. Riconoscenza e gratitudine dei molti che hanno beneficiato del suo potere e della sua ricchezza“.

 

Ecco, chiedendoci che cosa resta di Ligresti in Italia dovremmo preoccuparci della rete di favori fatti e ricevuti e di chi e cosa ancora oggi siede su una montagna d’oro grazie ai contatti con un uomo dal forte accento meridionale e con un bel po’ di pelo sullo stomaco: quello del lupo che per natura è abituato a cacciare e non concepisce come e perché dovrebbe mai chiedere scusa per quello che è sempre stato e che non ha mai negato di essere. ”

 

 

Fonte: ”Wired”

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